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Milano 1830 - TRADIZIONEATTACCHI.EU

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Osservazioni sulla maniera di guidare.
Milano, novembre 1830

In un tempo in cui ogni gentile disciplina è favorita fra noi con tanta sollecitudine, e in una Città nella quale trovansi tanti appassionati amatori dell'equitazione, che si distinguono così pel brio e per la grazia del maneggio, come per le cognizioni onde vanno ricchi sull'indole e sull'educazione del cavallo, non meno che per la sollecitudine onde ne hanno cura, parmì di potere ragionevolmente sperare che otterrà grazia la mia fatica, ed onore quest'Opera che alla cortesia del Pubblico confidente io raccomando.


di Carlo Omboni
L’arte di ben guidare è più che essenziale di quello che si potrebbe credere, poiché questo è il solo mezzo di conservare i cavalli per lungo tempo in buono stato, e di prevenire una quantità di gravi accidenti che si possono presentare a ciascun istante. Vi hanno tre maniere principali di guidare; a cassetta, alla postigliona ed alla carrettiera.
Due vizii principali, e sgraziatamente troppo comuni, dobbiamo evitare nella scelta di qualunque servo preposto, sotto qualsiasi denominazione, destinato a guidare cavalli: la ubbriachezza e la brutalità.
L’ubbriacheza degrada l’uomo al di sotto degli animali, il cui governo è a lui affidato, oscura la sua ragione, soffoca il suo giudizio, e gli toglie il libero esercizio de’ sensi fisici e morali, l’integrità dei quali gli è continuamente necessaria. La brutalità d’un condottiere compromette a ciascun istante la vita e la salute dei cavalli, e può essere cagione di una quantità di gravi inconvenienti.
L’arte di guidare esige pure buon discernimento; colpo d’occhio giusto, vista buona, mano sicura, intelligenza ed attività, forza competente e destrezza. Qualunque vetturale dovrà sempre avere in mente la favola del “Carrettiere infangato”; allora invece di opprimere il suo cavallo con battiture, incomincerà primieramente coll’indagare la cagione che gli impedisce di progredire onde toglierla.
Le carrozze si attaccano con due, quattro, sei od otto cavalli. I primi si dicono cavalli da timone; i due seguenti da bilancino; gli altri due, cavalli del davanti; e gli ultimi, cavalli del sesto. Il cocchiere tiene nella sua mano tutte le guide dei suoi cavalli, ma egli non conduce che quelli del bilancino. Quando ve ne ha un maggior numero, gli altri sono condotti da un postiglione, che monta il cavallo sinistro, e conduce l’altro colla redine della stessa mano, tenendo la frusta nella sua destra.

Il cocchiere non deve aspettare il momento d’attaccare per esaminare se le ruote e le altre parti della sua carrozza siano in buono stato, se ben governati i suoi cavalli, e che non abbisognino d’esser ferrati; infine non dia di piglio alla sua frusta, prima di assicurarsi da lui stesso che nulla manca alla compiuta loro bardatura.

Egli deve essere seduto sul proprio sedile d’appiombo, con tutta scioltezza ed il corpo diritto senza tensioni, avere tutti i suoi movimenti liberi, tenere i gomiti ravvicinati al corpo, non muoversi sul suo sedile, non inclinare senza necessità né da un lato né dall’altro, né stendere le braccia in avanti; essere tutto attento a ciò che fa, senza occuparsi d’altro che dei suoi cavalli e della vettura. Un buon cocchiere, qualunque movimento che egli eseguisca, deve, senza guardarvi, esattamente giudicare ove sta per passare la sua ruota.
Il difetto più ordinario dei cocchieri è di avere la mano cattiva, cioè di non sapere convenientemente dirigere l’azione del morso. Altri credendo d’averla troppo leggera, lasciano dondolare le redini, e danno forti scosse, le quali, soventi ripetute, finiscono coll’indurire la bocca e renderla insensibile: lo stesso inconveniente avviene quando abitualmente si tengono le redini tese; invano allora si aumenta la forza del morso; con ciò non si fa che indurire vieppiù la bocca del cavallo, al punto che diviene impossibile di signoreggiare e che può a ciascun istante prendere il morso tra denti.
Un buon cocchiere deve saper rallentare e ritenere alternativamente le redini a’ suoi cavalli con dolce movimento di mano, per alleviare le barre e mantenervi la loro sensibilità; ma ciò di tempo in tempo e non con colpi sopra colpi né bruscamente, giacchè per tal modo s’impazienterebbero i cavalli ardenti, e si farebbero arrestare troppo presto quelli che fossero naturalmente pigri. Vi hanno de’ cocchieri la cui mano è sì delicata e sì dolce, che, senza abbandonare le redini, non fanno sentire l’azione del morso se non in maniera quasi impercettibile, e allentano o ritraggono le redini quando abbisogna, senza che si veda per così dire muovere le loro mani. Ella è questa dolcezza di mano che fa arretrare senza difficoltà, ed è allo rinculare che si conoscerà un cocchiere cha ha una buona mano; poiché questo lo farà con facilità, mentre che un altro, la cui mano sarà cattiva, suderà lui e i suoi cavalli.
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